Chi mi darà ali di colomba

Chi mi darà ali come di colomba, per volare e trovare riposo? (Sal 54,7). La persona umana rimane con questo eterno enigma che rende indecifrabile l’esistenza e ogni cosa che tocca, perché ogni cosa non è in connessione con niente, se la fonte dell’Essere non si rende a lei familiare in un incontro gratuito e amorevole, totalmente umano, che apre le cose e la realtà a un orizzonte divino. La Vocazione Monastica è comune a tutti i popoli e si caratterizza come una ricerca di Dio, fonte di felicità.

Nella Regola di San Benedetto, Dio stesso rivolge la domanda a coloro che cercano una risposta alla propria insoddisfazione e inquietudine esistenziale:”CHI E’ COLUI CHE VUOLE LA VITA E DESIDERA VEDERE GIORNI FELICI? (Prologo 15).

A questa domanda risponde San Benedetto prima vivendo una vita di solitudine e poi accogliendo discepoli intorno a sé e formando comunità che ancora oggi esistono. La vita di queste comunità sono regolate dalla ricca esperienza della tradizione cristiana orientale e occidentale sintetizzata da San Benedetto nella Regola conosciuta con il motto: ORA et LABORA.

La vocazione monastica nasce dal Battesimo, il sacramento che rende la creatura umana idonea a partecipare alla condizione di Figli di Dio, e si prolunga per tutta la vita con un impegno di sequela di Gesù Cristo, sorgente della felicità sognata e desiderata da ogni essere umano.

Infatti  “Nella sua forma attuale, ispirata specialmente a San Benedetto, il monachesimo occidentale è erede di tanti uomini e donne che, lasciata la vita secondo il mondo, cercarono Dio e a lui si dedicarono,  “nulla anteponendo all’amore di Cristo” . Anche i monaci di oggi si sforzano di conciliare armonicamente la vita interiore e il lavoro nell’impegno evangelico della conversione dei costumi, dell’obbedienza, della stabilità, e nell’assidua dedizione alla meditazione della Parola (lectio divina), alla celebrazine della liturgia, alla preghiera (VC n. 6).

La chiamata è un risveglio della coscienza a cercare la luce della Vita, il senso del proprio esistere.

Come Dio ha chiamato il mondo a esistere, liberandolo dalle tenebre del caos primordiale, così san Benedetto nel Prologo della sua Regola descrive la vocazione dell’essere umano, destato dalla chiamata di Dio, come un risveglio dal sonno mortale dell’incoscienza.

Tale descrizione in san Benedetto ha tutta la tenerezza e l’accento di una nascita sperimentata in se stesso: ‘Aperti i nostri occhi alla luce divina, con orecchie attonite, ascoltiamo ciò che la parola ammonitrice di Dio ci grida ogni giorno” (Regola Pro1. 9).

Una volta sveglio, l’essere umano  è pronto a ricevere il contenuto della chiamata.
Infatti Dio chiama a un compito, invita a un lavoro:
«Il Signore, cercando tra la folla, chiama il suo operaio con queste parole:
“Chi vuole la vita e desidera giorni felici?”  (Regola Prol. 14-15).

Se tu che ascolti rispondi “Io!”, allora Egli ti illustra l’itinerario da compiere :

“Fa’ che la tua lingua non proferisca menzogna,
fuggi il male e fa’ il bene, cerca la pace e seguila” (Prol. 17).

Il contenuto della chiamata alla vita è la conformazione reale a Cristo, il desiderio di compiere ciò che desidera Lui, facendo  la sua volontà, realizzando i suoi pensieri, ascoltando le sue parole. Tutti i gesti umani anche il più piccolo viene recuperato e diventa parte della storia di Dio,   acquista valore nel tempo come testimonianza di Colui che l’ha fatto scaturire.

L’essere umano quando entra dentro il rapporto d’amore con Cristo, inizia un cammino di trasfigurazione, diventa portatore della Croce e portatore dello Spirito.

“Gioia senza fine, felicità senz’ombra, amore senza confini, vita intensissima senza stanchezza, azione piena di energia che è, nello stesso tempo quiete perfetta e rilassamento da ogni tensione: questo è l’eterna beatitudine; questo è l’essere a cui aspira l’uomo nella sua essenza”.

(S. Teresa Benedetta della Croce- Edith Stein)

 

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