Come rendere vera la Vocazione

Uso qui la parola verificare nel senso di far vero, rendere vero. Come si fa a rendere vera la propria vocazione? Anzitutto essa deve trovare corrispondenza nel nostro cuore, facendoci vivere nel presente con maggiore chiarezza, entusiasmo, con maggiore generosità capace di sacrificio, con più gusto. La vocazione è vera, se ti fa vivere il presente nella totalità dei suoi fattori. Se essa invece ci attrae, ma ci fa fuggire dal presente, se ci fa credere che bisogna aspettare che cambino le cose per diventare migliori, allora non siamo di fronte alla vocazione, ma ad una fuga, ad una alienazione. La vocazione deve rendere più denso il presente, cioè più carico di scopo.

Quindi verificare significa camminare in modo da rendere vero ciò che Dio ha fatto balenare all’orizzon-te. Ma siccome Dio è discreto, spesso ciò che balena alla nostra coscienza può facilmente essere soffocato e noi possiamo distrarci, dimenticarcene. Ecco allora l’importanza di dare solidità e continuità alle intuizioni e ai desideri, in primo luogo con la preghiera.

La preghiera

Bisogna diventare capaci di silenzio, cioè capaci di una più profonda coscienza di se stessi. Pregare non è facile e dobbiamo impararlo. Bisogna lasciarsi toccare dal silenzio, percepire la sua attrazione. Una volta toccato, il silenzio sarà per noi qualcosa che ci attirerà. Si tratta quindi di imparare ad amarlo e a custodirlo. Nel silenzio possiamo prendere coscienza del nostro vero rapporto con le cose e con le persone. La preghiera è disporsi ad essere inseriti dallo Spirito Santo in quel dialogo eterno che avviene tra il Padre e il Figlio. La preghiera quindi si aprirà all’invocazione, che lo Spirito stesso con gemiti inesprimibili chiede per noi (Rm 8,26), per dilatare le nostre stretture, per far passare il respiro di Dio. Lo Spirito stesso nella preghiera interpreta i nostri desideri spesso “storti”, vi “raddrizza” ciò che è deviato e li traduce al Padre.

Nei sacramenti poi sperimentiamo storicamente di essere inseriti in questo rapporto d’amore del Padre e del Figlio, in questa spirazione di vita in cui Gesù stesso ci ha inseriti aprendoci la strada. I sacramenti infatti sono l’oggi nella storia dell’evento Gesù, la sua attualizzazione.

Accogliere gli esempi

Sia nella ricerca, che nella realizzazione della propria vocazione è necessario lasciarsi colpire da coloro che ci testimoniano il tentativo di vivere in pienezza la propria chiamata e missione. Invece del-l’invidia e della gelosia, vedere una persona capace di vivere nella sua vita l’ideale che si è dato, deve essere fonte di ammirazione e stimolo ad un nostro maggiore impegno. Bisogna anche cercare di fare attenzione a scoprire negli altri i segni del loro impegno.

Il confronto positivo con chi testimonia l’autenti-cità della fede e della sequela al Signore è possibile solo se si ha coscienza della piccolezza, propria e altrui. Essere umili vuol dire avere uno sguardo semplice che sappia cogliere con sereno realismo sia i propri limiti, sia le proprie doti. Dice il profeta Michea: “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio” (Mi 6,8).

La semplicità del confronto adulto

Il confronto da operare in vista dell’approfon-dimento della nostra vocazione è anzitutto con la storia in cui Dio ci ha inserito e con coloro che in essa dimostrano autorevolezza. Il Signore ci parla nella nostra coscienza e negli eventi della vita, nelle parole di chi ci interpella e ci chiama all’impegno per una vita cristiana, bella e realizzata in pienezza.

Il confronto è anche con coloro che dimostrano autorevolezza nella nostra storia: i genitori, il coniuge o i figli, i nostri educatori, le persone che la Chiesa ci pone accanto. Un ruolo importante, e forse da riscoprire, è quello della guida spirituale, cioè di un prete o anche un laico maturo nella fede, con cui confrontarsi con semplicità riguardo al proprio cammino cristiano.

Semplicità non è stupidità, ma è non lasciarsi indebolire da troppi “se” e troppi “ma”, che a volte mascherano solo la paura di affrontare una strada nuova o più impegnativa. La semplicità, al contrario, crede nelle ragioni; del resto, aiutare non significa dare le soluzioni, ma dare le motivazioni con cui affrontare le difficoltà e le scelte.

Metodo vuol dire strada

Quando, tramite la verifica, la preghiera e il confronto, intuiamo, anche solo in parte, quale possa essere il progetto di Dio per noi, è bene non attendere a lungo, in ricerca del “segno” inequivocabile che possa confermarci nelle scelte da operare: quasi sicuramente la conferma certa non verrà, se non lungo il cammino.

Ci vuole una strada da percorrere, un atteggiamento stabile da vivere quotidianamente: sarà lì che la nostra chiamata riceverà conferme, rettifiche, orizzonti sempre più ampi.

“Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò”, dice il Signore ad Abramo (Gn 12,1). E subito “per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava” (Eb 11,8). Fede significa partire, incamminarsi.

La fede non è la semplice accettazione di alcune verità astratte, bensì una relazione intima con Cristo che ci porta ad aprire il nostro cuore a questo mistero di amore e a vivere come persone che si riconoscono amate da Dio. Come per Abramo, anche per noi è importante partire, iniziare a percorrere con semplicità la via che abbiamo colto come nostra, con pace e senza la presunzione di aver già capito tutto. Il Signore stesso lungo la strada sarà capace di sorprenderci con improvvisi e inaspettati cambi o aggiustamenti di rotta. Lasciamogli la libertà di stupirci!

(Dalla Lettera Pastorale “Vieni e Seguimi” del Vescovo di Fabriano-Matelica: Mons. Giancarlo Vecerrica)

 

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