Il canto liturgico nella tradizione monastica e il canto gregoriano

Il Canto liturgico è presente nella tradizione monastica fin dalle origini del monachesimo perché presente all’interno del cristianesimo come aspetto rilevante nel servizio di Dio. Il monaco è al servizio di Dio e la sua donazione diventa anche servizio liturgico, canto di lode, offerta viva espressa in vari modi, tra i quali il canto liturgico.  Come siano nati i primi canti cristiani , per chi li consideri soltanto dal lato tecnico, è questione ancora dibattuta: da una parte i canti ebraici, dall’altra i canti greco-romani offrirono ai canti cristiani, fondendosi e compenetrandosi, le basi sulle quali ulteriormente si svilupparono.

Nella tradizione monastica dai primi secoli del Medioevo, la preghiera e il lavoro, ordinate in se stesse alla gloria di Dio e alla santificazione personale, hanno rapidamente varcato la soglia del chiostro dando vita a manifestazioni culturali ed economiche che hanno trasfigurato la cristianità. Dopo la liturgia della vestizione e della professione, il monaco o la monaca vive la liturgia quotidiana dell’opus Dei, della preghiera comunitaria ordinata secondo una legge minuziosa. L’unificazione degli usi liturgici si può dire che avviene con la Regola di San Benedetto, il quale dispone il numero e lo schema delle ore canoniche, mentre prima si può assistere ad una disposizione piuttosto fantasiosa specialmente in Gallia e in Spagna.

Il canto ha una posizione capitale nella spiritualità e nel rituale monastico. Questo attaccamento risale alle stesse origini. Da veri ebrei, abituati a santificare tutte le azioni con un testo sacro unito a una melodia espressiva, Gesù e i suoi apostoli avevano continuamente cantato in comune. E gli esegeti amano ricordare il momento solenne in cui, nel cuore della notte chi precede la Passione, il Salvatore, al termine della Cena, intona un inno di azione di grazie. Le prime comunità religiose si sono soprattutto nutrite di salmodia, che era i loro occhi, secondo l’espressione di san Gregorio di Nazianzo, “il preludio della gloria celeste”. Queste preghiere ispirate, di una stupenda varietà, capaci di esprimere tutti i sentimenti dell’uomo di fronte a Dio, per di più canonizzate dall’autorità ecclesiastica, erano messe in risalto da un melodia tradizionale, dunque a un tempo ufficiale, permanente e praticata da tutti i fedeli. Melodia abbastanza ieratica per assicurare la dignità della preghiera pubblica: grazie alla sobrietà e all’apparente monotonia di questo canto, l’emozione restava interiore e ognuno poteva trovarvi il suo proprio profitto, senza turbare il raccoglimento dell’assemblea. Quando i salmi furono tradotti in greco, poi in latino, per un pubblico estraneo alla cultura ebraica, furono subito ornati di una melodia, in armonia con le tonalità greche: il tono frigio in re, il tono dorico in mi, il tono ipolido in fa, il tono ionico in sol; ma il principio giudaico della salmodia fu salvaguardato: emissione monocorde di ogni versetto, con lieve abbassamento della melodia in principio, a metà e alla fine di ognuno: il canto conservava la discrezione nella varietà.

Il canto dei Salmi, essendo associato a testi della Scrittura e in uso in tutto il mondo cristiano, conserva la sua forma primitiva. Ma gli si aggiunsero un po’ alla volta antifone e inni, che variavano con i luoghi e le personalità degli autori. Fu per questa via che l’originalità poetica potè penetrare nella fissità della tradizione, soprattutto attraverso gli inni, le cui parole erano scritte da contemporanei e la cui musica era conforme alla sensibilità popolare del tempo. Tuttavia, anche in questo caso, l’ispirazione individuale, grazie alla fede e alla pietà, si metteva al servizio del raccoglimento. In Occidente, dal IV secolo, vescovi, monaci e uomini di mondo si volsero con grande slancio al canto liturgico. I Gallo.Romani manifestarono il loro genio nel canto detto gallicano, del quale si sa poco, perché ciò che ne resta si presenta trasformato secondo le regole del gregoriano. In Irlanda i toni greci subirono presto le trasformazioni imposte dalle tradizione celtiche. A Roma vi furono maestri di canto liturgico almeno dal II secolo, visto che Tertulliano (155-245) ci mostra già chierici che apprendono l’arte di padroneggiare la voce. La prima scuola pontificia di canto sacro pare che sia una iniziativa di san Silvestro I (313-335), il contemporaneo di Costantino. Pietro di Orvieto, che riferisce il fatto nella sua vita di Leone IV, nota che non c’erano abbastanza chierici e monaci per assicurare tutti gli uffici liturgici.

S’ignora se in questa epoca si cantava anche qualcosa d’altro oltre ai salmi nei monasteri romani. Si conosce in compenso l’importanza dell’opera liturgica di sant’Ambrogio (333-397) a Milano: importanza tale che il canto di cui gli si attribuisce l’invenzione, l’ambrosiano, è considerato il canto sacro dominante, forse l’unico, nell’Italia settentrionale e centrale prima di san Gregorio Magno. Musicista nato, S. Ambrogio mette a punti tutti i canti della sua chiesa cattedrale le sue melodie, inni. Parti della messa; e dalla chiesa cattedrale le sue melodie emigrarono nelle altre chiese e soprattutto nei monasteri, di cui s’è fatto il protettore. E’ a lui che si attribuisce l’introduzione in Italia del canto alternato, cioè diviso tra due cori che si rispondono. Ma è soprattutto con i suoi inni che sant’Ambrogio apparve nel suo secolo un grande poeta e un grande liturgista: per il genere e per il contenuto. Un genere popolare, in principio, capace di attirare la folla alle verità eterne, ma un contenuto così profondo, così teologico, che i contemporanei e i monaci li adottarono un po’ alla volta. San Benedetto da Norcia li introdusse nella liturgia monastica. Due secoli dopo, San Gregorio Magno procede alla riforma liturgica, ma non si può dire che c’è una comunanza melodica tra la Francia gallicana, l’Italia ambrosiana e altri popoli e culture. C’è però una fortissima unità nella tecnica di composizione dei pezzi versificati. E’ a questo insieme che San Gregorio apporta una trasformazione radicale. Musicologo e abate, egli sperimenta dapprima questo cambiamento nel suo monastero di Sant’Andrea con grande successo. Come Papa lo estende alla sua diocesi di Roma, poi a tutta la Chiesa d’Occidente. Così il canto liturgico proprio della Chiesa prende il nome di “gregoriano”.

Il canto gregoriano affonda le radici dunque nel primitivo canto cristiano progressivamente sottoposto a diverse evoluzioni tra i popoli e tra le varie culture. Come base conserva i testi ispirati dalla Sacra Scrittura e la melodia vocale semplice, senza sostegno di strumenti musicali. San Gregorio Magno per assicurarsi la perfetta unità della riforma, istituisce a Roma la Schola cantorum, la scuola dei cantori, alla quale unisce l’istituzione dei pueri cantores. Il Canto gregoriano viene esportato tra gli Anglo-Sassoni, ultimi convertiti al cristianesimo e ultimi iniziati al monachesimo. Il Canto di San Gregorio si diffuse con la Regola di San Benedetto nel resto dell’Inghilterra e del Galles, in Germania per opera di Bonifacio (745).

Ma per comprendere la riforma gregoriana bisogna considerare due aspetti importanti. Due elementi caratterizzarono la riforma del Canto liturgico operata da San Gregorio Magno: l’elemento disciplinare e l’elemento estetico. L’elemento disciplinare consistette nell’istituzione di un corpo di melodie tipiche, ordinate e fissate una volta per tutte e destinate a essere adottate dall’insieme della cristianità, almeno nella sua parte soggetta al rito latino. A questo effetto, papa Gregorio, nonostante i gravami e le preoccupazioni che pesavano su di lui, compì un lavoro da gigante: riprese tutti i pezzi dell’anno liturgico, li revisionò e li riscrisse in un suo proprio sistema musicale. Pubblicò il tutto in un grande Antifonario, il monumento più completo e più unitario che si fosse mai visto in questo campo. Come il suo padre Benedetto, conferì diritto di cittadinanza e molto largamente a gli inni. Lui stesso ha certamente composto un certo numero di pezzi per sostituire quelli che gli sembravano insoddisfacenti come gli Introiti delle domeniche di Avvento.

Per quanto riguarda l’elemento estetico si deve dire che San Gregorio semplificò le melodie liturgiche trasformando la parte poetica da metrica a ritmica. Inoltre operò il passaggio dal cromatico al diatonico, rendendola più raccolta e accessibile alle folle. La riforma gregoriana non è una semplice correzione del canto sacro ma dal punto di vista disciplinare è un atto papale, che unifica la preghiera sulle dimensioni della cristianità, di modo che , in Italia, in Gallia, in Gran Bretagna, i cristiani possano cantare a una sola voce. Dal punto di vista estetico, è un atto pastorale che rendendo semplici le melodie liturgiche, consente alla maggioranza, ai piccoli, alla folla, ai barbari, d’innalzare facilmente, per mezzo di esse, il loro cuore a Dio. Ed è anche un atto monastico che, eliminando le forme torbide o manierate del canto, purifica la preghiera. E’ a questi ultimi caratteri che si applica la qualifica di canto piano: un canto piatto, regolare, non solo perché uguaglia le note, ma perché apporta calma alla sensibilità proscrivendo le alterazioni.

Nel Medioevo il canto piano veniva considerato come la “lode unanime”. Il canto sacro ha la stessa essenza dell’architettura sacra: per condurre l’anima verso l’alto c’è bisogno di un grande spogliamento. Ma questa povertà modale è compensata da una grande fecondità spirituale, che è la vera ricchezza dell’uomo religioso. Il canto gregoriano che oltre alla povertà e semplicità presenta anche l’aspetto dell’austerità, è essenzialmente il canto liturgico che ha la duplice e inseparabile missione di rendere gloria a Dio e di purificare l’anima di colui che gli rende gloria. Il canto gregoriano è un canto monastico che può essere definito come un’arte universale , un’arte missionaria e popolare, un’arte che conviene a ogni cristiano nell’assemblea orante, un’arte che esprime la tensione alla santificazione di ogni anima alla ricerca di Dio.

(Elaborazione da: Ivan Gobry, Storia del monachesimo, Città Nuova 1991, Volume II ) 

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